Accesso praticamente illimitato ai dati degli utenti, senza controlli né la seccatura di dover richiedere qualche permesso: ecco che cosa Facebook avrebbe garantito a Microsoft, Netflix e tutta una serie di altre grandi aziende (oltre 150) nell’ultimo scandalo legato alla privacy rivelato dal New York Times.

Tale corsia privilegiata verso le informazioni personali di miliardi di persone sarebbe rimasta aperta per anni – sin dal 2010 – e, sebbene i documenti che ne provano l’esistenza risalgono al 2017, secondo il New York Times in alcuni casi verrebbe utilizzata ancora oggi.

L’idea era di creare una situazione in cui vincevano tutti (meno gli utenti): i partner di Facebook ottenevano informazioni per sviluppare prodotti più interessanti e interattivi; il social network nutriva la propria crescita alla ricerca di guadagni pubblicitari sempre più ingenti.

Bing, per esempio, poteva accedere ai nomi di tutti gli amici di un dato utente senza che alcuno avesse preventivamente espresso il proprio consenso, mentre Netflix e Spotify potevano addirittura leggere i messaggi privati.

Gli utenti venivano usati anche per accedere alle informazioni di contatto degli amici dato che veniva poi girato ad Amazon, mentre Yahoo preferiva concentrarsi sui post recenti, come le foto dell’ultima estate.

Steve Satterfield, responsabile della privacy presso Facebook, sostiene che nessuno di questi accordi con le grandi aziende tecnologiche violava la riservatezza degli utenti o le regole imposte dalla FTC circa il trattamento dei dati (perché Facebook considera i partner «un’estensione di sé stessa»), anche perché ogni partner doveva dichiarare di aderire alle policy di Facebook.

Eppure, nonostante tanta sicurezza, anche Satterfield non può esimersi dall’ammettere: «Sappiamo di dover lavorare per riguadagnare la fiducia delle persone. Proteggere le informazioni della gente richiede team più forti, tecnologie migliori e politiche più chiare, ed è su questo che ci siamo concentrati per la maggior parte del 2018».

In ogni caso – conclude Satterfield – non ci sono prove che alcuno dei partner abbia usato i dati in maniera impropria, anche se in alcuni casi l’accesso ai dati è stato concesso per più tempo di quanto necessario, per esempio oltre la durata dell’esistenza della funzione che di quei dati aveva necessità.

Fonte

Leave a Comment